Aggressioni dalla minicar per noia: due minorenni confessano. La psicologa Ricchi: "Non è una semplice bravata"

Cultura
PISA e Provincia
Giovedì, 15 Ottobre 2026

Dopo il ferimento dell'attore Davide Iacopini, la psicologa clinica che prossimamente sarà protagonista della trasmissione di Punto Radio "Punti di equilibrio. Comportamenti, relazioni e legami", analizza il comportamento dei ragazzi: "Serve ricostruire il senso del limite e il valore del dolore altrui"

Avrebbero aggredito alcuni passanti per noia e divertimento, spostandosi a bordo di una minicar per le strade di Roma. Due ragazzi di 16 e 17 anni hanno ammesso il proprio coinvolgimento durante gli interrogatori condotti nell'ambito delle indagini sulle aggressioni avvenute nella zona di Testaccio.

Tra gli episodi ricostruiti anche quello ai danni dell'attore Davide Iacopini, rimasto gravemente ferito dopo una caduta dal monopattino. I due minorenni hanno riferito di non aver voluto provocare conseguenze così gravi, spiegando di aver agito "per scherzo, per gioco, per divertimento" e perché si stavano annoiando. Secondo quanto emerso, erano già coinvolti in un precedente procedimento per furto aggravato.

Parole che, secondo la dottoressa Marta Ricchi, psicologa clinica e della riabilitazione, prossima collaboratrice di Punto Radio con la  trasmissione "Punti di equilibrio. Comportamenti, relazioni e legami", meritano una riflessione che vada oltre il singolo episodio di cronaca.

"Nelle parole di questi ragazzi – 'per gioco, per scherzo, ci stavamo annoiando' – si spalanca un abisso che non possiamo più liquidare come una semplice bravata", osserva Ricchi, che interpreta quei comportamenti come espressione di una difficoltà nella gestione delle emozioni e nella capacità di riconoscere le conseguenze delle proprie azioni.

Nella sua analisi, la dottoressa Ricchi richiama anche il ruolo delle dinamiche di gruppo. L'abitacolo della minicar avrebbe rappresentato, nella sua lettura psicologica, una sorta di spazio separato dalla realtà, nel quale i ragazzi potevano sentirsi invulnerabili, perdendo di vista la sofferenza delle persone prese di mira.

La psicologa si sofferma inoltre sul comportamento di uno dei minorenni che, durante l'interrogatorio, sarebbe scoppiato in lacrime, raccontando di non riuscire più a dormire dopo quanto accaduto. Un contrasto che, secondo Ricchi, evidenzia la distanza tra la percezione delle proprie azioni nel momento in cui vengono compiute e la successiva presa di coscienza delle conseguenze.

Un altro aspetto centrale della riflessione riguarda il ruolo della famiglia. Commentando le parole della madre di uno dei ragazzi, che ha respinto l'idea di essere considerata l'unica responsabile del comportamento del figlio, Ricchi sottolinea che "la famiglia non è l'unico agente socializzante".

Scuola, gruppo dei pari, social media e contesto culturale contribuiscono infatti, secondo la psicologa, alla formazione degli adolescenti. Per questo ritiene necessario affrontare il problema senza limitarsi alla ricerca di responsabilità genitoriali.

Infine, Ricchi richiama l'importanza di un percorso educativo che accompagni l'accertamento delle responsabilità individuali.

"Il limite esterno deve essere fermo affinché l'adolescente possa comprendere l'impatto reale e oggettivo delle proprie azioni", afferma, evidenziando al tempo stesso la necessità di un'educazione emotiva e affettiva capace di sviluppare empatia, consapevolezza e tolleranza della frustrazione.

"Non possiamo limitarci a colpevolizzare i genitori; l'intera comunità sociale ha il dovere di interrogarsi sul mondo che sta consegnando a queste generazioni e di ricostruire nei giovani il senso del limite e il valore inestimabile del dolore altrui", conclude la dottoressa Ricchi.

 

Ha scritto la dottoressa Marta Ricchi, psicologa clinica e della riabilitazione.

Di fronte all'aggressione subita dall'attore Davide Iacopini da parte della cosiddetta "banda delle minicar", l’indignazione pubblica è la prima, naturale reazione. Tuttavia, come Clinico,  come Psicologa, ho il dovere di guardare oltre la superficie del reato per decodificare il linguaggio delle confessioni. 

Nelle parole di questi ragazzi – "per gioco, per scherzo, ci stavamo annoiando " – si spalanca un abisso che non possiamo più liquidare come una semplice "bravata". Ci troviamo di fronte a una drammatica forma di analfabetismo emotivo e a una profonda incapacità di tollerare il vuoto e il limite. 

Clinicamente, l’abitacolo di quella minicar – modificato, iper-visibile e vissuto come un’estensione del proprio Io – ha funzionato come una vera e propria bolla di deumanizzazione. Protetti dal gruppo e isolati dal mondo esterno, i ragazzi hanno sperimentato un’illusione di onnipotenza e invincibilità. In questa dimension psicologica alterata, il passante perde la sua connotazione umana: smette di essere percepito come un individuo portatore di diritti, sentimenti e vulnerabilità, trasformandosi in un mero bersaglio o in un ostacolo ludico all'interno di una dinamica di gioco perversa.

La dissociazione tra il ragazzo in microcar e l'abbraccio in caserma.

I recenti sviluppi dell'interrogatorio mettono in luce una probabile dissociazione clinica. C'è una netta scissione tra "quell'Io onnipotente e distruttivo" che agiva protetto dall'abitacolo della microcar e il ragazzo che, una volta rotto l'incantesimo del branco sotto il peso della legge, crolla in lacrime e si stringe in un abbraccio disperato con la madre in caserma, confessando l'angoscia di non riuscire più a dormire. Questa dissociazione ci mostra che la realtà fa breccia nell'adolescente solo quando l'involucro artificiale in cui si sentiva intoccabile viene violentemente distrutto dall'esterno.

La famiglia non è l'unico agente socializzante.

Questo drammatico cortocircuito ci impone di accogliere il doloroso appello della madre, che recrimina con forza i propri sacrifici: una donna presente, che esce di casa alle 5 del mattino per andare a lavorare, che ha sempre combattuto contro gli errori dei figli e che non accetta l'idea che lo sbaglio di un ragazzo sia automaticamente la prova del fallimento dei suoi genitori. 
Da un punto di vista scientifico, questo sfogo ci ricorda che la famiglia non è l'unico agente socializzante. I nostri figli crescono immersi in una macro-società complessa, dominata dall'iper-visibilità dei social media e da una cultura della performance che anestetizza l'empatia. Quando le agenzie educative esterne spingono verso il vuoto emotivo, i duri sacrifici e gli sforzi contenitivi delle mura domestiche rischiano di venire tragicamente neutralizzati. 

La parola "punizione" non la uso e non la amo, adotto un'altra ottica, fidatevi, molto più compresa ed educativa. In quest'ottica, l'intervento normativo e istituzionale non deve rispondere a una sterile logica di punizione fine a se stessa, ma deve  configurarsi come l'attivazione imprescindibile del principio clinico sopra citato: azione e conseguenza. Il limite esterno deve essere fermo affinché l'adolescente possa comprendere l'impatto reale e oggettivo delle proprie azioni sul tessuto sociale e sulla carne dell'altro. 

Tuttavia, la consapevolezza della conseguenza richiede parallelamente un percorso strutturato di educazione emotiva e affettiva. È indispensabile aiutare questi giovani a decodificare i propri stati interni, a tollerare la frustrazione della noia e a ricucire quel canale empatico interrotto. Non possiamo limitarci a colpevolizzare i genitori; l'intera comunità sociale ha IL DOVERE di interrogarsi sul mondo che sta consegnando a queste generazioni e di ricostruire nei giovani il senso del limite e il valore inestimabile del dolore altrui.

 

 



 

redazione.cascinanotizie