Tragedia alla stazione di Cascina, il racconto di una studentessa: "Dietro una vita spezzata c'è un mondo intero"
Una diciottenne del Liceo Artistico Franco Russoli racconta quanto vissuto dopo l'investimento mortale di un uomo di 39 anni. Una testimonianza personale sul dolore, lo sgomento e il significato della perdita
La tragedia avvenuta nella mattinata di sabato 7 novembre alla stazione ferroviaria di Cascina, dove un uomo di 39 anni ha perso la vita dopo essere stato investito da un treno, ha profondamente colpito anche alcuni studenti presenti nelle vicinanze.
Tra loro una ragazza di 18 anni del Liceo Artistico Franco Russoli, che ha scelto di raccontare quei momenti attraverso una lettera firmata con lo pseudonimo letterario Mitasaki.
Pubblichiamo di seguito integralmente la sua testimonianza.
Buongiorno,
sono una studentessa di 18 anni del Liceo Artistico Franco Russoli di Cascina. Mitasaki è il mio pseudonimo letterario, quello con cui mi faccio conoscere sui social. Vorrei raccontare l’incidente avvenuto questa mattina alla stazione ferroviaria di Cascina dal mio punto di vista, quello di una persona che si è trovata lì e ha assistito a una scena che difficilmente riuscirà a dimenticare.
Questa mattina, dopo essere scesa dal treno, erano circa le otto. Stavo per attraversare la stazione passando sotto il cavalcavia, quando ho sentito il fischio prolungato di un treno. In quel momento ho avvertito una sensazione strana, qualcosa che mi ha attraversato tutto il corpo, senza che riuscissi a spiegarmene il motivo.
Subito dopo, ho sentito un ragazzo esclamare: «Oh, mio Dio!», per poi dirigersi verso la strada. Mi sono voltata e ho visto alcuni studenti parlare tra loro in modo concitato. Non riuscivo a comprendere perfettamente ciò che si stavano dicendo, ma dentro di me sentivo già qualcosa di profondamente inquietante.
Poi ho guardato verso i binari.
E, per un momento, ho desiderato di non essere stata così curiosa.
Il sangue, sparso sul muretto vicino ai binari, mi è apparso come su una tela dipinta non per rappresentare la bellezza, ma per dare forma a un dolore rabbioso, impossibile da esprimere a parole.
In quell’istante ho cercato di convincermi che potesse trattarsi soltanto di un animale investito dal treno. Nella mia mente riuscivo a immaginare soltanto un gatto o un cane. Non volevo pensare a nient’altro. Era come se la mia mente stesse cercando disperatamente di allontanarmi da qualcosa che non avevo mai immaginato di poter vedere nella realtà.
Dopo aver sentito parlare gli studenti, ho chiesto a uno di loro che cosa fosse successo. Ero spinta da quella curiosità umana che, in fondo, nasce anche dalla preoccupazione e dal bisogno di capire.
Il mio sguardo si è spostato verso la parte destra della scena.
Ho visto soltanto una scarpa a terra.
E, da quel momento, ho sentito come se tutta la mia anima volesse rigettare ciò a cui aveva appena assistito. Ho cominciato a piangere e sono corsa verso le scale. Volevo soltanto allontanarmi da quel luogo. Durante tutto il tragitto verso la scuola ho continuato a piangere, con la sensazione di non riuscire a respirare.
Non avrei mai immaginato che assistere alla morte di una persona nella realtà potesse essere così straziante. Mi era già capitato di vedere incidenti automobilistici, ma non avevo mai assistito a una scena tanto dolorosa.
Una volta arrivata a scuola, sono rimasta accanto agli insegnanti. Poco dopo ho sentito le sirene della polizia e di altri mezzi che si dirigevano verso la stazione.
È stata la scena più triste e dolorosa a cui abbia mai assistito.
Come ho già detto, sono una scrittrice. Pubblico spesso brevi testi sui social, soprattutto su Instagram e Telegram. Forse, proprio perché sono abituata a scrivere, a immaginare e a cercare significati anche nelle cose più piccole, riesco a percepire la realtà in modi diversi e a immaginare ciò che le parole, da sole, non sempre riescono a raccontare.
Eppure, credo che le mie lacrime siano nate soprattutto da un pensiero, da un’immagine che si è formata nella mia mente: noi possiamo dire, con poche parole, che oggi una persona è morta. Possiamo pronunciare questa frase, scriverla su una pagina o leggerla in una notizia. Ma dietro quelle parole io ho intravisto anni di vita, esperienze, ricordi, persone, sogni e possibilità. Un’intera esistenza che, in un solo istante, non avrebbe più potuto continuare.
Non so che cosa penserete leggendo queste righe. So che ognuno di noi ha il proprio modo di interpretare ciò che accade e di sentire il peso di una scena come questa. Ognuno la vivrebbe e la comprenderebbe in modo diverso.
Eppure, oggi, per la prima volta, ho sentito nel profondo il significato di una frase che avevo già conosciuto attraverso i libri, i film e le parole degli altri:
finché non vivi qualcosa nella realtà, non puoi sapere davvero che cosa si prova.
Lo dico perché, fino a oggi, la morte era stata per me un tema di cui leggere, guardare, scrivere e riflettere. Nei libri, nei film e in tante altre forme di narrazione non mi era mai sembrata così dolorosa, almeno non al punto da farmi piangere in questo modo. Mi è capitato persino di scriverne in una storia che non ho ancora finito.
Ma non avevo mai compreso il suo significato con questa intensità. Non avevo mai sentito quanto possa essere profondo il divario tra conoscere qualcosa attraverso le parole e trovarsi, improvvisamente, davanti alla sua realtà.
Forse è proprio questo che mi ha colpita più di ogni altra cosa: rendermi conto che dietro una frase così breve, «una persona è morta», può esserci un mondo intero che noi non conosceremo mai.
Vi ringrazio per aver dedicato il vostro tempo alla lettura di queste righe. Sono una riflessione nata in pochi istanti, un pensiero che ho sentito il bisogno di mettere per iscritto dopo aver vissuto qualcosa che non avrei mai immaginato di dover affrontare.
Mitasaki



